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CHRIS SMITHER
Il Volto Sano Dell’America: Chris Smither
Il Volto Sano Dell’America: Chris Smither
di Lucio Carta

Con la gravitas di una carriera che si avvicina al mezzo secolo, Chris Smither, a sentirlo oggi, sorprende come un vino di qualità dimenticato per lunghi anni in qualche angolo polveroso della cantina. Fra i suoi ammiratori, vi sono nomi affermati come Bonnie Raitt e Diana Krall ma solo adesso il grande pubblico comincia a conoscerlo come artista di spessore.

Superati i sessanta, Smither sembra avere scoperto una nuova giovinezza grazie all’era digitale. Su internet, infatti, da qualche tempo compaiono suoi filmati che danno finalmente luce ad una tecnica di finger-picking suprema e a delle liriche semplici e argute cantate con voce vissuta. Rolling Stone sceglie una sua canzone dall’ultimo suo album fra le più belle del 2006.

La verità è che Chris Smither in tutto questo tempo ha continuato a fare l’unica cosa che sa fare ovvero il cantastorie, preservandosi con grande coerenza o forse testardaggine dal vuoto commerciale che tutti conosciamo. E di storie da raccontare Smither ne ha tante, dall’alto della sua lunga esperienza che include problemi con alcool, anni di oblio, donne, personaggi, perdite di affetti, viaggi e tanta musica folk-blues per non perdere mai il contatto con la terra d’origine, la tradizione e l’arte del mestiere.

Qualche giorno fa mi è capitato di andare ad un suo concerto nel fumoso Borderline, presso Charing Cross Road, con un ex-collega inglese che mi aveva invitato, conoscendo una mia vecchia passione per Guy Clarke e simili. Il locale, pur essendo un grigio lunedì londinese di pioggia, era al completo e fatto ancora più insolito, sembrava che tutti, soprattutto il pubblico femminile, conoscessero le canzoni di questo lupo solitario a memoria.

Smither ha indubbiamente un grande carisma e facilmente riesce a creare contatto col pubblico grazie al suo vissuto, che comunica apertamente con l’onestà del buon padre. La tristezza oggi è cantata su una base, di contrasto, ritmata e allegra nella quale emerge sempre il suo talento chitarristico. Il tempo, la saggezza e la maturità sembrano, tuttavia, aver reso il compositore più “cheerful” e meno “sad” come egli stesso ammette davanti al suo pubblico. “I love you like a man”, brano ripreso e reso celebre nella versione di Bonnie Raitt “Love me like a man”, diventa l’occasione per scherzare sulla sua giovinezza, quando ancora inesperto credeva di sapere tutto sulle donne, argomento sul quale ora, con sincerità disarmante, si considera un perenne principiante.

La performance è talmente riuscita che io divento immediatamente un fan di Smither, ottengo un autografo con dedica su cd e finisco per acquistare una chitarra elettro-acustica di seconda mano per diletto.

La serata fa parte di una serie di date per presentare la sua ultima opera che si intitola “Leave the light on” incisa con la sua etichetta e pubblicata in settembre 2006. L’album sorprende innanzitutto per il suono pulito, le melodie e l’atmosfera che sembra concepita proprio negli anni sessanta, periodo che vede Smither muovere i primi passi. Forte è il senso del musicista itinerante, chitarra in spalla, “homeless” e dell’artista superstite che ha fatto sempre ciò che ha amato.

L’album contiene due cover: una di un brano di Peter Case “Cold Trail Blues”, bellissima ballata lenta e melodica e la splendida “Visions of Johanna” di Bob Dylan, riproposta genialmente su tempo di valzer. La nuova versione non fa rimpiangere per niente l’originale di “Blonde on Blonde”.

Le due ultime canzoni dell’album sono due brani tradizionali. Il primo, “Blues in the bottle”, è eseguito nella versione di Sam Lightnin’ Hopkins, il secondo invece è una ballata folk tradizionale dal titolo “John Hardy”, proposta prima nell’arrangiamento accattivante di Smither e poi, in versione strumentale, in quella del produttore David Goodrich.

Il brano d’apertura “Open Up” è un incipit ritmato e scherzoso: “*My thinking is a measure of how much I need a clue* I’m still flying blind, hopin’ I might find*A way to stop my thinkin’, and open up my mind”.

Segue “Leave the Light On”, brano che dà il titolo all’album, caratterizzato da un tono cinico-romantico che pervade tutto il suo lavoro: “*There’s no finish line*I’ll live to be hundred, I was born in forty-four* Thirty nine to go, and I ain’t keepin’ the score* I’ve been left for dead before, but I still fight on*Don’t wait up, leave the light on*I’ll be home soon”.

La composizione piu’ arguta e originale è sicuramente quella scelta dalla rivista Rolling Stone fra le piu’ belle del 2006: “Origin of Species”. Rivede la creazione e la teoria evolutiva di Darwin in questo modo: “*Charles Darwin looked so far into the way things are*He caught a a glimpse of God’s unfolding plan*God said “I’ll make some DNA, they’ll use it any way they want*From paramecium right up to man*They’ll have sex, and mix up sections of their code; they’ll have mutations*The whole thing works like clockwork over time*I’ll just sit back in the shade while everyone gets laid*That’s what I call intelligent design”.

Un’altra chicca è sicuramente il brano che rivede in chiave ironica la recente politica estera americana, intitolato “Diplomacy”: “It’s getting edgy, time to find a war* There must be somethin’ worth fightin’ for*Peace is so peaceful, it ain’t a way to survive*When nobody hates you, nobody knows you alive”.

“Father’s day” è invece dedicata all’ingombrante e amata figura del padre: “*Well it’s OK, no matter what you say, but thanks a lot*I’ll take it for today, it’ll always been that way, it’s what we’ve got*Can’t fix it now, maybe it was never broken*And if it was, the fixes will be nothing but the tokens*Of what we thought for years, the silent fears, never ever spoken*But I took all you gave or ever wanted to* Ain’t I done good? I needed that from you*And all I’ve got to say is, by the way, you done good too”.

Chiudono il quadro “Shillin’ For the Blues” e “Seems so real”, due brani soprattutto da ascoltare nella loro perfetta e raffinata esecuzione acustica.

 
 










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