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Inglesi : Politeness non vuol dire solo buona educazione
Inglesi : Politeness non vuol dire solo buona educazione
di Annapaola Paparo

Ero per strada e parlavo al cellulare. Un tizio mi si parò davanti e, unendo a coppa le mani bisunte, mi chiese un po’ di spare change.

“Aspetta che sono al telefono.”

“Oh God, you’re on the phone, I am really sorry, I do apologise.”

Il tizio era sinceramente mortificato: non si era accorto che stavo facendo qualcos’altro. Il suo cordoglio è cessato fin quando non gli ho detto che non faceva nulla, che era tutto a posto.

Forse era un po’ ubriaco e aveva bisogno di spicci. Ma il tipo in questione era anche polite.

Questo è uno dei primi ricordi della mia vita londinese. Anni e anni fa, quando guardavo alla British politeness come a una cosa troppo bella per essere vera. Avendo vissuto sempre tra Roma e il profondo Sud, trovarmi in un luogo dove la buona educazione fosse uno dei presupposti del vivere comune mi dava un certo sollievo.

Perché tutto è più facile quando la gente è beneducata. Quando si fa la fila e nessuno prova a schiacciarti sotto la suola delle scarpe (nemmeno i primi vincessero un premio). Quando si parla a turno, una persona per volta. Quando si evita di offendere e di urtare i sentimenti altrui.

Queste erano le ingenue riflessioni della me stessa di sette anni fa. Quando ci ripenso, mi faccio tenerezza. Negli anni, infatti, ho acquisito una nuova consapevolezza: la British politeness non è solo la bellissima copia della nostra “buona educazione”. I due concetti non combaciano affatto. La politeness è una mentalità, uno stile di vita. È una lingua dentro la lingua, come in un gioco di matrioske.

Ecco qui, vi ho preparato qualche esempio:


•    You look great

“Jane, i capelli ti stanno benissimo oggi.”
“Oh thank you, that’s very kind of you.”
(Stralcio di conversazione in ufficio durante la pausa caffé)


Non importa che sia sincero: un complimento è soprattutto kind. In Inghilterra, il confine tra gentilezza e sincerità a volte è impalpabile. Quella che in Italia è una “lavata di faccia”, in Inghilterra spesso si chiama buona educazione. Le situazioni variano così come le persone, ma i complimenti british andrebbero sempre presi con le pinze.


•    Thanks for coming, calling, writing, texting

Un amico vi scrive per sapere come state. Se siete polite, alla fine dell’email lo ringraziate dell’interessamento. Lo stesso si fa con chi vi telefona, con chi risponde a un vostro invito e viene a cena a casa vostra o semplicemente vi degna della sua compagnia.

Dopo tanti anni, questa mi sembra ancora un’abitudine ridicola. Ma come, se vi invito a cena a casa mia siete voi che dovreste ringraziarmi, non il contrario!

Ebbene, questo è solo un ulteriore strascico dell’adulazione. Come dire: grazie di aver perso un po’ del tuo tempo prezioso con me, per me, in fondo in fondo non me lo meritavo.


•    How are you? How was your weekend? Did you have a good week?

Attenzione: a primo impatto, queste possono sembrarvi domande personali, ma non lo sono. Infatti, c’è un buon 80% di probabilità che chi le fa non voglia sapere la verità circa il vostro stato di salute, sul come avete passato il fine settimana o l’intera settimana. All’inizio della mia vita in UK mi sprecavo nei dettagli. E i miei interlocutori, con una scusa o con un’altra, se la davano a gambe. E che gli importava di sapere che mi si era smagnetizzato il bancomat, che mi ero dimenticata del compleanno di mia cugina, che mi si erano ristretti i jeans in lavatrice? Loro volevano solo essere polite.

Oggi so che con i conoscenti bisogna inserire il pilota automatico: I am great, it was a lovely week end, yes I am doing fine, thanks. Semplice, diretto, con il minimo dispendio di energia. E soprattutto quite polite.


•    Thanks for submitting your application

“È stato difficile fare una scelta, così difficile che non abbiamo dormito per una settimana. Lasciatelo dire, sei una persona incredibile, è stato fantastico conoscerti. Solo che, insieme a te, al nostro annuncio hanno risposto diverse migliaia di persone fantastiche, e purtroppo il tuo profilo è risultato un po’ meno fantastico di altri (ma di poco, giusto un pelo). Ci si stringe il cuore nel comunicarti che la persona che abbiamo deciso di assumere non sei tu, ma comunque non escludiamo di rivederti in futuro. A proposito, possiamo ricontattarti per eventuali opportunità? Ti siamo grati per l’interesse che hai dimostrato verso la nostra azienda.”

Forse ho un po’ calcato la mano. Ma è così che suona, più o meno, l’email in cui vi avvisano che il colloquio di lavoro della settimana scorsa non è andato a buon fine. Un’email italiana dello stesso tipo taglierebbe subito la testa al toro: “Non sei stato selezionato, guarda altrove.” Ma si sa, gli italiani non sono molto polite.


•    Thanks for your feedback

Avete fatto un complaint, ossia un reclamo, e dall’altra parte rispondono ringraziando. Anzi, sembrano quasi riconoscenti, come se avessero ricevuto un regalo.

Senza dubbio, questa strategia è nata con l’intento di raffreddare i bollenti spiriti dei clienti soddisfatti e incavolati. Ma il suo effetto boomerang non è da sottovalutare.

Nel 2008 lavoravo dentro una scatola. Si trattava di un piccolo chiosco bar vicino la stazione a King’s Cross. I clienti che passano davanti al bancone, quando si lavora dietro di esso, sembrano tutti uguali. Tranne i clienti di cattivo umore.

A King’s Cross, questi clienti avevano perso il treno, l’ombrello, il portafoglio, la fiducia nel genere umano. Avevano litigato con il capo, con il coniuge. L’amante li aveva mollati. Erano vere e proprie mine vaganti, bombe a orologeria con due gambe e una ventiquattrore. Si avvicinavano alla scatola e sputavano fuoco: “Nel caffè di ieri c’era latte normale, non parzialmente scremato, mi hai dato il resto ma mancano due centesimi, perché mi chiedi come sto, non voglio la loyalty card, perché ridi, dimmi come ti chiami, stasera vado sul vostro sito e faccio un bel complaint.”

Il paradosso è che questi individui mentalmente disturbati vengono di solito incoraggiati, e non allontanati, nell’ottica che è giusto che tutti esprimano la propria opinione e che le critiche negative aiutano a crescere. Non nego che in queste circostanze mi sia davvero mancata l’Italia, dove i clienti di questo tipo anziché politeness ricevono pedate nel sedere.

Spero di aver spiegato bene il concetto. In ogni caso, grazie di avermi letta. Grazie di essere passati da qui, su Italians of London. Grazie di aver trovato il tempo per noi, oggi, tra le migliaia di cose che avete da fare. Mi piace come vi siete pettinati.

A presto!

by Annapaola Paparo
(c) ITALIANS OF LONDON 2015
Riproduzione Riservata

 
 










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