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Italians che tornano: primo impatto con l'Italia
Italians che tornano: primo impatto con l'Italia
di Lorenzo Giarelli

Dopo sette mesi, un master, due lavori e 12 coinquilini, Lorenzo torna (per ora) in Italia, nel paesino di San Carlo a Mare, come inviato speciale di Italians of London, per ricordarci, con occhi londinesi, le cose di casa nostra.


Italians che tornano: primo impatto con l'Italia

Londra, aprile 2015. Ricordo che dopo mesi di quel cielo grigio che l'ha resa celebre, Londra offriva un fine settimana semi-soleggiato che sfiorava i 15 gradi.

Un po' per poter dire “io c'ero” e un po' per godere la città illuminata da quell' insolita luce solare, andai verso Piccadilly. Dall'upper deck del n.6 per Aldwich rimasi stupito: guardando di sotto, inglesi in top, pantaloncini inguinali, canottiere, sandali. Praticamente, una scena da lungomare di Viareggio in alta stagione.

In quel momento li invidiai un po', gli inglesi. Capii che sanno godere del poco: fa un giorno appena primaverile e loro lo vivono come fosse estate inoltrata e, soprattutto, come fosse per sempre. Sanno benissimo che lunedì pioverà, dunque il brivido dell'effimero fa condensare le tipiche esperienze primaverili, di solito trimestrali, in quelle quindici-sedici ore.

Quest'episodio mi è tornato alla mente al mio ritorno in Italia, cinque giorni fa, scendendo dall'aereo Luton-Pisa in jeans lunghi e con felpa alla mano. Sbalzo termico tra la chiusura e l'apertura dei portelloni dell'aereo: 20 gradi circa (più di quelli del week-end di cui sopra, per dire...). Vi ci avrei voluto vedere voi, maledetti che indossavate top e sandali al minimo tepore, a scendere da quell'aereo..

La strada verso il controllo passaporti non è mai stata così lunga, e già chiedo perdono per essermi lamentato della pioggia londinese per tutto luglio. Cinquanta metri degni delle fatiche fantozziane: asfissia, occhi pallati, lingua felpata, aurore boreali, miraggi. Poi, finalmente, varco quella porta automatica, sperando di dovermi infilare la felpa da quanto sia sparata a mille l'aria condizionata. Invece, due segnali mi danno il benvenuto nel Bel Paese là dove 'l sì suona. L'aria condizionata è  impercettibile, con buona pace dei miei sogni di gloria, ma è in questi momenti di difficoltà e soffocamento che tornan comode le tecniche di sopravvivenza testate negli scintillanti viaggi targati Tfl.  

L'altro segnale arriva un pelo più avanti: quella per il controllo passaporti non è una fila, è un'espressione d'arte moderna. In quest'antica pratica credo che noi Italiani ci si faccia carico dell'eredità estetica del Rinascimento: spirali, parabole, cerchi, zigzag, ma mai linee rette. Guerre fredde con chi ti si affianca, taciti accordi, psicologia, a tratti psicoanalisi, fino all'ambita meta finale. Che sia una cassa al supermercato o la dogana di un aeroporto, devo dire che gli inglesi, in questo, sono più disciplinati: sono talmente polite che se ti passano in fila, loro, almeno, ti dicono sorry.

Ancora in coda, accendo il telefono. Nella solitudine dei miei ventidue anni il primo messaggio che ricevo è da Vodafone: “Benvenuto in Italia!” Grazie. “Puoi chiamare e mandare messaggi a soli £3 al giorno” Cinque minuti che sono in Italia e mi sento già a casa: in apnea da afa, sudato, in mezzo a un casino indefinibile e, soprattutto, con qualcuno che mi chiede già dei soldi. Home sweet home!

by Lorenzo Giarelli
(C) ITALIANS OF LONDON 2015
Riproduzione vietata

 
 










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