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CHRIS SMITHER
Intervista a Vinicio Capossela
Intervista a Vinicio Capossela
di Alessandra Bonomolo

Londra, maggio 2009

ITALIANS OF LONDON INTERVISTA VINICIO CAPOSSELA
di Alessandra Bonomolo



…e si fa e si disfa il cuore…
Inizia proprio cosí, cantando sottovoce, il nostro incontro con Vinicio Capossela, durante la tappa inglese del suo Solo Show tour.

Dopo il tutto esaurito del concerto dello scorso anno, il cantautore di Canzoni a manovella ha rilanciato stavolta con uno spettacolo al Southbank Centre, il centro polivalente delle arti situato a Londra sulla riva sud del Tamigi. Qui si esibiscono i nomi più prestigiosi, insieme alle “rivelazioni”, della musica classica e jazz, rock e world music, danza, letteratura e arti visive, fra le architetture contemporanee della City da un lato, e il tradizionale profilo dei monumenti di Westminster dall’altro.

“Sono venuto in questo stesso posto nel 2000, appositamente per vedere il grande Jimmy Scott nella sua prima esibizione in Europa dopo 40 anni. Il brano che chiude il disco Da Solo, “Non c’e’ disaccordo nel cielo”, e’  tratto da uno dei suoi dischi meravigliosi, Heaven. Per me lui e’ sempre stato una specie di angelo in terra e proprio su questo stesso palco ho assistito alla sua apparizione. Quando l’ho riconosciuto, mi ha dato una particolare emozione.” Ed e’ ancora tutta lí, l’emozione. La si legge nei gesti dell’artista, in quell’ arrotolare con le dita le ciocche dei capelli. per una volta liberi dai celebri copricapi, mentre si racconta dietro le quinte del teatro.

“Nella mia fantasia, Londra rimane sempre la città del gotico e del romantico. Coleridge, e Dickens, impersonati nella modernita’ nel rock di Shane MacGowan, o Joe Strummer… quella cattiva banda. Qui ho visto lo spettacolo grottesco dei Tiger Lillies, Shockheaded Peter: bellissimo. Ecco, questo e’ ciò che mi ha sempre affascinato di questa citta’”

L’arrivo di Capossela a Londra e’ stato preceduto da un articolo del Sunday Times, che gli ha dedicato ben due pagine e l’attributo de “la più grande rockstar di cui nessuno abbia sentito parlare”. Ma Vinicio non appare curarsi troppo delle aspettative. Anzi, quasi si schermisce. “Mi piace far si che la musica e lo spettacolo che ho elaborato nel tempo possano offrirsi ad un pubblico diverso da quello italiano. Le mie canzoni sono soprattutto un tentativo di elaborare la vita e il mio rapporto con il mondo, fino a farne un universo trasportabile e abitabile. In un contesto come questo, possono trovare spazio molte cose diverse. A prescindere dalla lingua.”

Gia’ la lingua. Ha mai pensato ad un disco in inglese?

“No, non credo lo faro’ mai. Io non posso prescindere dalla mia lingua, ne ho una sola per scrivere. Non sono capace di cantare in inglese, neanche le canzoni degli altri. Le volte che ho fatto delle cover ho sempre dovuto farle mie dal punto di vista della lingua. E’ andata cosi’ anche per l’ultimo album. “There’s no disappointment in Heaven” di Scott, era un vecchio spiritual e io ne ho fatta una versione in cui la musica rimane identica, ma il testo non segue la traduzione esatta di quello originale. Spesso infatti mi arrivano soltanto delle brevi immagini, che pero’ mi suggestionano molto e mi danno un’indicazione. Questo, per esempio, era un titolo bellissimo, e cosi’ pure l’argomento. Faccio in questo modo fin da piccolo, come quando a scuola  ti davano un tema e poi il compito era continuare con parole tue. Agli inizi e’ piu’ facile scimmiottare l’inglese, piuttosto che mettersi a scrivere in italiano. Una delle prime canzoni che ho scritto, “Stanco e perduto”, prende la prima frase da un pezzo di Bob Dylan che diceva: “ero giovane quando me ne andai di casa.”  Beh, mi sono detto,  anch’io, e allora vado avanti con parole mie.”

E’ cosi’ che nascono le sue canzoni?

“Le letture, le opere degli altri artisti sono un po’ come le chiavi della macchina: permettono di mettere in moto ma poi devi avere l’auto e la benzina da metterci dentro per poter fare dei chilometri.”

E di strada Capossela ne ha fatta. Glenn Max, responsabile della programmazione del Southbank Centre, e’ rimasto “rapito” dalla sua musica al primo ascolto, perche’ “possiede il senso del dramma, divertimento e grande attenzione agli arrangiamenti. La sua abilita’ di cantastorie e le sue osservazioni poetiche potranno forse non essere afferrate da un pubblico inglese, tuttavia le qualita’ musicali e la sua presenza scenica trascendono queste barriere”.

Il palcoscenico della Queen Elisabeth Hall le ha consentito un’esposizione internazionale di alto livello. Il pubblico,  composto in buona parte da expat Italiani, ha partecipato con entusiasmo. Lei che e’ nato in Germania da genitori emigrati, in cosa crede sia cambiata la condizione dell’emigrante da quegli anni a oggi?

“Quella dei miei genitori e’ stata una generazione trapiantata alla fine degli anni 50- 60 come forza lavoro in altri paesi, privata del contesto sociale rurale da cui proveniva. Oggi credo che trasferirsi in un luogo come Londra sia in realta’ piu’ un privilegio che un sacrificio, poiche’ si tratta di una citta’ offerta al mondo, capitale dell’umanita’. Al contrario, e’ difficile trapiantarsi in contesti piu’ reazionari, chiusi, come per certi versi avviene per chi migra in Italia. Nel nostro paese viviamo ancora in una fase in cui immigrazione non e’ sinonimo di integrazione, bensi’ piu’ spesso di emarginazione.”

Recentemente lei hai vinto il Premio Amnesty Italia per il migliore brano sul tema del diritti umani. Cosa pensa della “politica di respingimento” dei migranti che l’Italia sta attuando nel dissenso delle Istituzioni internazionali?

“Secondo me andava fatto un grosso frastuono al momento della proposta di legge. Barconi ne arrivano di continuo e la legge era stata fatta. Questa polemica e’ stata straordinariamente tempestiva: il respingimento delle navi e’ caduto proprio nel momento in cui tutta l’Italia e il mondo sorridevano alle imbarazzanti vicende della vita privata del nostro Presidente del Consiglio. Questo mi sembra un torto ancora maggiore che si fa ai migranti: tirati in ballo come caso internazionale per la politica populista di chi ci governa. Si tratta di un problema delicatissimo, che a mio parere andrebbe gestito diversamente.”

Dal contesto sociale a quello personale. Parliamo ancora di clandestinita’. Lei sembra particolarmente attratto da questa condizione, riferita ad una dimensione intima, curiosamente correlata con la liberta’. Una canzone su questo tema nell’album Da Solo e in uscita in questi giorni per Feltrinelli il suo secondo libro, In clandestinita’. Sembra un ossimoro.

“La clandestinita’ di cui parlo e’ la capacita’ di portare a compimento la propria natura in tutte le relazioni e gli aspetti che ci riguardano. James Ellroy aveva fatto un libro dal titolo bellissimo, “I miei luoghi oscuri”. Ecco, i luoghi oscuri stanno nella clandestinita’, qualcosa che appartiene solo a me. La clandestinita’ e’ la liberta’ con le gambe corte. Come le bugie, che fanno poca strada.”

Il Sunday Times l’ha ha definita “il piu’ grande segreto d’Italia”. Lei si considera ancora un autore di nicchia, malgrado il successo di vendite dei suoi libri e CD. Continua a suonare nei piccoli centri della provincia italiana e, a distanza di pochi giorni, fa il tutto esaurito nelle grandi capitali in giro per il mondo. Fra centro e periferia, dove si colloca veramente Vinicio Capossela?

“Sono entrambe categorie esistenziali che mi hanno sempre interessato molto, due poli fra cui ho sempre in qualche modo diviso la mia vita. Il primo libro di Jack Kerouac si  chiama “La citta’ e la metropoli”. Per me la metropoli rappresenta il non-luogo, la dimensione urbana dove ci si puo’ clandestinamente nascondere. Le piccole realta’, invece, esprimono individualita’ piu’ definite. L’identita’  si realizza nelle condizioni destinate all’anonimato. Al tempo stesso, io coltivo una dimensione perfino rurale della campagna. La terra dei miei avi e’ per me e’ una specie di Macondo e le piccole comunita’, di cui parla Sherwood Anderson ne “I racconti dell’Ohio”, mi hanno sempre intrigato molto. Questi aspetti emergono nella musica che ho cercato di fare, negli argomenti trattati, fino al luogo dove si fa la musica.”

Per concludere, mi sveli un segreto. E’ vero che durante l’intervista al Sunday Times lei intingeva la focaccia nel cappuccino?

“Eravamo a Genova e siamo andati in un posto dove si usa fare in questo modo. Li’ c’e’ la celebre focaccia genovese ed e’ abbastanza comune farsi un bel cappuccino e inzupparla dentro.”

Quindi non si trattava di una concessione all’ospite inglese?

“No, forse lui non l’ha nemmeno intinta. Io pero’ sono sempre curioso e percio’ provo gli usi locali.”


Alessandra Bonomolo

Copyright Italians of London 2009

Scrivi all'autrice di questa intervista : Alessandra@italiansoflondon.com

Contatta il Press Office di Italians of London : pressoffice@italiansoflondon.com

 
 










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