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STORIE - CAPOLAVORI RELAZIONALI
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di Lorena Di Nola

CAPOLAVORI RELAZIONALI


Nella sala con le ninfee di Monet, un pollo arrosto; a fianco alle vedute di Venezia del Canaletto, una zuppa di cipolle: mi trovo a immaginare la National Gallery del 2050, dopo ipotetici lavori di ampliamento. Le mie bizzarre idee sono stimolate dall’evento da cui faccio ritorno: l’EAST Festival, celebrazione della zona di Londra dove gli artisti che contano hanno una galleria, dove i locali sono più di tendenza, dove tutto è alternativo. E’ il punto cardinale in opposizione a Belgravia, non solo geografica, ma come stile di vita: qui palazzoni grigi coperti di graffiti, lì case candide; qui liberal-democratici, lì conservatori; qui band indipendenti, lì gentlemen’s club.
Fra gli eventi del festival sono incuriosita da una serata nella galleria di Wiebke Morgan: mi iscrivo sul sito e mi presento in largo anticipo. Non si tratta di una galleria: è una casa privata aperta al pubblico per l’occasione, con tre quadri alle pareti del salotto e un paio in corridoio. Il nome della serata riprende quello del festival, F-EAST, letteralmente ‘banchetto’. E di un banchetto si tratta: quattro sconosciuti seduti a uno stesso tavolo vengono filmati e fotografati mentre mangiano sotto i riflettori. L’artista ci apre la porta e poi torna in cucina: è quello il laboratorio.
Stasera non si scioglie tempera nell’acqua: stasera si impastano farina e burro, si trita prezzemolo e grattugia parmigiano. La guida su cui ho letto dell’evento lo presenta come ‘una destabilizzazione delle nozioni di diritto d’autore, autenticità, distinzione tra il pubblico e il privato’. In due parole: cena gratis a casa di un’artista con degli sconosciuti. Mi ritrovo a tavola con un pittore, un fotografo, una critica d’arte: io l’unica profana. Loro conoscono di persona gli artisti del momento. Con l’insalata ancora in bocca, si parla di un fotografo canadese che fa di se stesso l’oggetto della sua arte: si scatta foto in bagno, a letto, per strada. L’idea in effetti gli è venuta perché è in libertà vigilata e deve dar conto dei suoi spostamenti alla polizia; ma questo è un accidente: conta il valore artistico. Si parla del fotografo che scatta prima la foto perfetta, poi capovolge la Canon e riprende il suo opposto, mostrando cosa si vede di fronte a ciò che ha immortalato - il Dottor Jackyll della foto, si potrebbe dire. Non mi capita spesso di parlare dei filosofi della scuola di Francoforte davanti a un filetto di persico; capita stasera, e col Pinot Grigio scende giù bene.
La bellezza è negli occhi di chi guarda? Non più: ora nella bocca. Mentre cerco di trafiggere con la forchetta un gruppetto di piselli ribelli, alcuni mi cadono dal piatto sul tavolo: chiedo scusa e mi precipito a raccoglierli, ma vengo fermata dal padrone di casa. Ingenua me, non avevo capito: i miei piselli caduti sono anche loro arte, e vengono immortalati in fotografia.
STORIE - CAPOLAVORI RELAZIONALI
STORIE - CAPOLAVORI RELAZIONALI
STORIE - CAPOLAVORI RELAZIONALI
STORIE - CAPOLAVORI RELAZIONALI
Alla mia destra siede una critica d’arte italiana, Francesca, una sessantina d’anni e l’energia di una ragazzina. Pecora nera della famiglia - i londinesi sono un gregge di pecore nere, e forse proprio per questo la città è così interessante - , si è trasferita in quella che era la swinging London. Francesca ci racconta del suo amore per questa città capace di rinnovarsi, per l’Est di Londra coi suoi fermenti culturali: solo negli anni della Thatcher ha sentito il bisogno di andare via. E’ Francesca a spiegarmi la teoria dietro F-EAST: questa è arte relazionale. Francesca mi riassume le teorie di Bourriaud: è stato lui a coniare la formula negli anni ‘90, e ormai l’arte relazionale sta diventando il nuovo ‘ismo’, lì insieme all’impressionismo, all’espressionismo, al cubismo. E’ l’arte interessata alla reazione soggettiva di chi vi partecipa, piuttosto che all’oggetto; è arte collettiva, in mutamento, interattiva, transitoria. L’arte è negli spettatori, o meglio, gli spettatori sono arte.
La cena d’artista è per me un esperimento nuovo e sorprendente, ma la sua giustificazione teorica ricorda persino a me, non poi così esperta di critica, teorie ormai datate: il nostro buon D’Annunzio predicava la vita come opera d’arte già nell’Ottocento. L’arte si è fatta performativa: questa serata è arte perché così la si è definita. Nell’imposizione del nome c’è la definizione dell’evento: io l’ho sempre chiamata ‘una cena’, ma basta cambiare il nome in ‘un’opera d’arte’ per vedere il piatto che ti sta davanti sotto una luce tutta nuova. Il mio persico è pure sciapito, ma non ho il coraggio di dire all’artista che la sua opera manca di sale.
Non riesco ad evitare il pensiero: se questo filetto insipido è un’opera d’arte, cos’è allora la parmigiana di melanzane di mia mamma?
A fine cena, Wiebke firma le ricette dei piatti serviti, e dà ad ognuno dei commensali la sua fotocopia autografata: porto un pezzo di arte a casa con me, chiedendomi se fra qualche anno magari non varrà migliaia di euro.
F-EAST mi è sembrato un evento pioniere e innovativo, ma è bastata una ricerca su internet di pochi minuti per capire che è una strada già ampiamente battuta. Anche se non sono stata all’evento chiave dell’arte del 21° secolo, questa rimane una serata interessante: non è bastata a convincermi del valore artistico di persico e piselli, ma è riuscita a rafforzare la mia ammirazione per l’arte della conversazione – specie con quei commensali, rivali di Oscar Wilde per arguzia.
In una città come Londra si può essere partecipi dei movimenti, a volte prima che ad essi vengano dati un nome e una pagina su Wikipedia. Stasera, per esempio, io ho sperimentato l’arte relazionale sulla mia pelle, o meglio, nella mia bocca. Se davvero l’arte è nelle modalità di interazione creativa fra le persone, allora la Londra multietnica e interculturale è un capolavoro supremo.


Lorena Di Nola

Email : alsazia_at_italiansoflondon.com

(sostituite "_at_" con @)
 
 










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